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Ma gli italiani sono ricchi o poveri?

Tutti i media italiani hanno dato ampio spazio ad uno studio del Censis incentrato sui cambiamenti, negli anni della crisi, delle attività finanziarie degli italiani.

Ebbene il titolo utilizzato praticamente da tutte le testate era: “Un italiano su tre ha paura di diventare povero”, insomma, non certo una cosa tranquillizzante, addentrandoci però nella lettura degli articoli (tutti uguali, quasi fotocopie, indicatore principe che il giornalismo in Italia è morto e sepolto), il dato che veniva maggiormente enfatizzato riguardava l’aumento estremamente rilevante dei contanti e depositi bancari nel nostro Paese, in questi ultimi sette anni.

Chiarisco subito che ritengo il Censis un Istituto di ricerca molto serio ed attendibile, quindi lungi da me contestare la fonte, ciò però che mi sembra necessario è fare chiarezza, cosa alla quale nessun “giornalista” pare interessato.

Partiamo quindi con il dato principale riportato nello studio del Censis “il valore dei contanti e dei depositi bancari, dal 2007 ad oggi è aumentato di 234 miliardi di euro, passando da 975 a 1.209 miliardi, con un aumento reale del 9,2%”.

Allora, nessuno, ma dico nessuno, ha fatto un semplice calcolo: da 975 a 1.209 miliardi l’aumento in termini nominali è del 24%, quindi la differenza rispetto ai 9,2% in termini reali (cioè il 14,8%) dovrebbe essere determinata dall’inflazione, mi chiedo, ma non è un po’ troppo elevata? Mi sembra una considerazione che meriterebbe un approfondimento.

Ma proseguiamo, il Censis mette poi in risalto che questa “liquidità”, che era pari al 25% dell’ammontare delle attività finanziarie degli italiani nel 2007 è diventata ora pari al 30%.

Quindi indirettamente ci dice anche a quanto ammontavano in totale le attività finanziarie, è infatti sufficiente aver concluso le scuole elementari per calcolare che se 975 miliardi di euro erano, nel 2007, il 25% delle attività finanziarie totali, queste ultime ammontavano a 3.900 miliardi (975*4). Così come se 1.209 sono nel 2014 (lo studio del Censis si riferisce per la precisione alla fine del mese di marzo) il 30% delle attività finanziarie totali, le stesse ammontano ora a 4.030 miliardi di euro (1.209/30*100).

Quindi, ripeto, solo facendo dei semplicissimi calcoli, ci stanno dicendo che le attività finanziarie totali degli italiani, in questi ultimi sette anni, sono aumentate di 130 miliardi, più del 13% in termini nominali, mentre quelle liquide (cioè contanti più depositi bancari) avevamo stabilito prima che, sempre in termini nominali (così risulta tutto più semplice e raffrontabile), sarebbero aumentate del 24%.

Ma visto che i risultati sono sorprendenti, dovrebbe essere venuta la curiosità a qualche “giornalista” di indagare maggiormente … macché!!!

Allora sono andato a cercarmi i dati che la Banca d’Italia (altro Istituto serissimo ed autorevole) pubblica annualmente (poco prima di Capodanno) sul “Supplemento al Bollettino Statistico” dal titolo “La ricchezza delle famiglie italiane” e che si riferisce all’anno precedente. Si potrebbe chiosare che ci impiegano un po’ per stilarlo, ma quelli della Banca d’Italia sono talmente oberati di lavoro (e con poco personale a disposizione) che occorre essere comprensivi.

Comunque quel Bollettino Statistico ha un pregio straordinario, soprattutto per un Paese come il nostro: è chiaro. Ed allora perdoniamo le lungaggini per la sua pubblicazione.

Ovviamente l’ultimo pubblicato è del 12 dicembre 2013 e si riferisce ai dati del 2012. Ebbene lì viene espressamente riportato che le attività finanziarie ammontavano a 3.670 miliardi di euro e il 31,3% riguardavano il contante ed i depositi bancari e postali, quindi 1.149 miliardi di euro.

Allora 3.670 miliardi di euro per la Banca d’Italia alla fine del 2012 e 4.030 miliardi per il Censis alla fine di marzo di quest’anno … assolutamente inverosimile.

Le differenze si fanno evidenti, ma non si fermano lì.

Perché sempre dal Bollettino Statistico della Banca d’Italia veniamo a conoscere che l’aumento dell’incidenza dei depositi bancari sul totale delle attività finanziarie non è una cosa avvenuta recentemente, bensì già nel 2008, e non ha nulla a che vedere con la paura degli italiani di diventare poveri.

Il motivo è semplice, le attività finanziarie, ovviamente, riuniscono tutte le possibili tipologie di investimento, quindi anche quello azionario che nel 2008 subì una vera batosta visto che la nostra Borsa in quell’anno scese quasi del 50%, ed allora per il solo fatto che, nello stesso periodo, il contante ed i depositi bancari, in valore assoluto, rimasero invariati la loro incidenza percentuale aumentò di circa il 5%, salendo al di sopra della soglia del 30%, e da allora non è granché mutata.

Vediamo, per concludere, come, secondo il Bollettino Statistico della Banca d’Italia, si distribuivano i 3.670 miliardi di euro, cioè l’ammontare globale delle attività finanziarie detenute dagli italiani alla fine del 2012.

Contanti e depositi bancari e postali 31,3%

Obbligazioni, azioni, fondi comuni, partecipazioni varie 42,0%

Riserve tecniche di assicurazioni (fondi pensione ecc.) 18,9%

Titoli pubblici italiani 5,0%

Crediti commerciali ed altri 2,8%

Alla stessa data l’ammontare delle attività reali (l’83,8% delle quali si riferisce alle abitazioni) veniva valutata 5.768 miliardi di euro. E quindi il totale delle attività finanziarie in capo agli italiani alla fine del 2012 era pari a:

3.670 + 5.768 = 9.438 miliardi di euro

Cioè quasi cinque volte il nostro debito pubblico.

Certo, sarebbe giusto sottrarre a quella cifra le passività finanziarie pari a 895 miliardi di euro (per quasi la metà composte da mutui sulle abitazioni), ma allora occorre anche aggiungere le attività finanziarie detenute all’estero (legalmente) dagli italiani che secondo le stime più attendibili ammonterebbe a 320 miliardi di euro.

Insomma, per concludere, senza perdersi con le virgole, ma rimanendo aderenti alla realtà, gli italiani posseggono una ricchezza che supera di oltre quattro volte il proprio debito pubblico, e hanno le passività finanziarie più basse fra tutti i Paesi industrializzati, cioè sono i meno indebitati.

Eppure uno su tre ha paura di diventare povero!

Come si spiega?

Semplicemente col fatto che il patrimonio oggi, se investito in maniera prudente, non rende nulla e si può solo erodere se non viene supportato dal reddito, ed il reddito è il corrispettivo del lavoro.

Gli italiani, quindi, hanno paura di perdere il lavoro, ed hanno ragione! Perché affinché il lavoro generi reddito sono indispensabili due fattori: la produttività e la competitività.

E come facciamo ad innalzare la nostra produttività e la nostra competitività se siamo costretti ad operare sui mercati con una moneta che non ci rappresenta?

Giancarlo Marcotti

Tag(s) : #Lodigiano: Società
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