" Bisogna vedere ciò che non esiste". Incontro con Mario Capecchi, l'uomo della genetica - di Gabriele Catania

"L'attività sportiva è ancora molto importante per me, e così faccio tanto esercizio" dice il Nobel per la medicina Mario Renato Capecchi, 76 anni, italiano di nascita ma americano da una vita. La filosofia del professore, tra i massimi esperti mondiali di genetica, è tanto semplice quanto convincente: "Per avere una mente in forma anche il corpo deve essere in forma, perché è quest'ultimo a prendersi cura della mente." Patito delle attività all'aria aperta (escursioni e gite in canoa incluse), il Nobel insegna biologia e genetica umana all'università dello Utah, in quella Salt Lake City famosa per le Olimpiadi invernali del 2002. "Vivo in un luogo molto bello, con una vista assai simile a quella delle Dolomiti. Si trova in alta montagna, in inverno abbiamo circa tre metri di neve" racconta, affabile. Un'altra sua passione sono i romanzi di fantascienza. Non è un caso. Secondo lui una delle qualità indispensabili per ogni scienziato è proprio l'immaginazione: "Vedere ciò che ancora non esiste. Bisogna saper volare con la mente - ma subito aggiunge - l'altra qualità è del tutto diversa. È l'attenzione al dettaglio, perché è il dettaglio che fa funzionare o no l'esperimento."
Malgrado l'età Capecchi trabocca di energia. Continua a pubblicare articoli scientifici, ed è a capo di un laboratorio all'avanguardia. "Lavoriamo a vari progetti. Uno è modellare il cancro umano nel topo, e in particolare i sarcomi. I sarcomi non sono comuni come i carcinomi, ma colpiscono un segmento assai importante della popolazione, cioè i bambini e i giovani adulti. Lavoriamo poi ai disturbi neuropsichiatrici, sempre modellandoli nel topo". Capecchi menziona spesso i topi. E infatti ha vinto il Nobel grazie alle sue scoperte "dei principi per introdurre specifiche modifiche genetiche nei topi tramite l'uso di cellule staminali embrionali." È piuttosto facile capire perché abbia scelto, per i suoi esperimenti, proprio i topi: "In termini genetici gli umani e i topi sono uguali per più del 99%, così qualsiasi cosa scopriamo nei topi è direttamente applicabile a noi."
Per spiegare il suo lavoro ricorre a una metafora semplice ma affascinante: "Il genoma è, essenzialmente, un testo scritto in quattro lettere: A, C, T e G. L'ordine di queste lettere, dunque, è il testo, e ciò che noi possiamo fare è cambiare il testo in qualsiasi modo vogliamo, e poi vedere le conseguenze. Questo testo è molto complicato, e grande: ha tre miliardi di lettere, se lo trascrivessimo per davvero ci vorrebbero un migliaio di volumi, ciascuno dei quali lungo un migliaio di pagine. Possiamo prendere ogni volume, cambiarne il testo e osservare poi quali sono le conseguenze, e in questo modo inferire quale parte del testo provoca ciò. E capendo cosa fa il testo nel topo possiamo capire anche cosa fa negli uomini."
Naturalmente Capecchi è consapevole delle polemiche scatenate dalla ricerca genetica, soprattutto in Europa. "Con la biologia ci sono delle questioni etiche, ci saranno sempre, ma penso che si debba superarle, e un esempio è la biologia delle cellule staminali. Precedentemente si ricavavano cellule staminali dagli embrioni, e bisognava uccidere l'embrione per produrle. Ebbene, questa era una questione etica - osserva -. Alcuni Paesi però hanno consentito la ricerca, e in questo modo si è sviluppata una tecnica per ricavare cellule staminali non dagli embrioni ma dalla pelle, e questo ha completamente eliminato quella questione etica. Il problema però non sarebbe stato eliminato se non si fossero consentiti gli esperimenti, ok ? Perciò permettendo la sperimentazione si trovano spesso delle soluzioni." È evidente che l'argomento gli sta particolarmente a cuore: "Non sto dicendo che non esistano questioni etiche, ma penso che permettendo ai ricercatori di fare il loro lavoro esse si possano superare. Non consentendola, invece, ciò non accade, e non si offrono le cure mediche che si potrebbero offrire."
Mentore di Capecchi è stato James Watson, il luminare che con Francis Crick scoprì, nel 1953, la struttura del dna. "Era molto, molto bravo, con un buon istinto, e assai ben informato. - ricorda Capecchi, che scrisse la sua tesi di dottorato proprio sotto la guida di Watson -. Aveva molti fondi, così mi permise di lavorare su tanti problemi diversi che allora erano importanti." Fare ricerca con il futuro Nobel Watson, in "uno dei migliori laboratori di quell'epoca": così ebbe inizio la sfolgorante carriera accademica di Capecchi. Una parabola da vero "sogno americano". Cominciata in Italia, alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Nato a Verona nel 1937, i suoi genitori erano l'ufficiale dell'aviazione italiana Luciano Capecchi e l'artista americana Lucy Ramberg. Capecchi descrive la madre con la tenerezza di ogni figlio: "Era una donna molto gentile, molto altruista e anche molto motivata politicamente." E fu proprio il suo coraggioso attivismo antifascista a farla finire nei guai. "All'inizio fu imprigionata a Perugia, poi incarcerata in Germania." Liberata nella primavera del 1945, la donna impiegò un anno e mezzo per ritrovare il figlioletto, ricoverato in un ospedale di Reggio Emilia. Senza esitare decise di portarlo via dall'Italia in rovina, oltreoceano. "Il fratello minore della mamma viveva negli Stati Uniti e ci mandò i soldi per il viaggio a New York - racconta -. Arrivai lì la domenica, e il lunedì andai a scuola, senza sapere una parola d'inglese. Dovetti imparare la lingua e tutto il resto, ma le cose erano ormai in discesa."
Non poteva essere altrimenti, dopo aver trascorso gli anni della guerra da solo, vagabondando con altri bambini senza casa per le campagne della Pianura padana. Lo zio, brillante fisico, insegnava a Princeton, l'università dove il Nobel Albert Einstein avrebbe vissuto gli ultimi anni della sua geniale vita. Già allora Einstein era uno dei uomini più famosi del pianeta e Capecchi rammenta di averlo visto: "Ero molto giovane ma me ne ricordo, sì." Una vita a contatto con i Nobel, dunque. Quasi una predestinazione. Guarda caso, quando seppe di aver vinto a sua volta il Nobel, nell'ottobre 2007, Capecchi aveva compiuto da poco i settant'anni. "Erano le tre del mattino, dormivo" racconta ricordando la telefonata da Stoccolma. E scoppia a ridere: "È stato un bel regalo." E anche un simbolo di speranza per tutti i bambini con una vita difficile: perché alla fine, come ha ribadito proprio durante il conferimento del Nobel, "l'impulso connaturato in noi di fare la differenza nel mondo non può essere facilmente sopito, e quando si ha un'opportunità gli svantaggi iniziali possono essere superati, e i sogni realizzati." Un piccolo sfollato di guerra può diventare così un genetista di fama mondiale. Il nostro destino non è scritto nel dna.

Fonte: www.caffe.ch

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