Monarchie - di Luigi Bonanate

L'avreste detto che un quarto degli Stati europei è ancora una monarchia? E non pensiamo tutti, più o meno, che quella forma di governo sia obsoleta e inadeguata ai tempi? Eppure, già nel XVI° secolo c'era chi - i "monarcomachi" - riteneva che non bastasse essere dei reali per aver salva la pelle, quindi: se un re non governava bene, poteva ben essere ucciso! Se ne dovette accorgere Luigi XVI°, ghigliottinato nel 1793 in quanto rappresentante di una concezione dello Stato che si reggeva sull'assolutezza del potere regale: mentre la monarchia simboleggiava il fatto che lo Stato appartiene al sovrano, in una repubblica lo Stato appartiene (almeno a parole) al popolo - una bella differenza.
Ammonite dall'esempio di Luigi XVI, le monarchie successive si adeguarono un po' per volta al modello democratico che andava affermandosi nel mondo. Così oggi non esistono più monarchie "assolute", ma soltanto "costituzionali", adeguate cioé ai normali standard istituzionali degli Stati contemporanei, e l'unica loro prerogativa resta l'inamovibilità. Sette dei 28 membri dell'Unione europea sono monarchie (Belgio, Danimarca, Gran Bretagna, Lussemburgo, Olanda, Spagna, Svezia) senza che ciò abbia mai inciso sulle vicende della politica comunitaria. Va detto semmai che, di queste sette, almeno un paio però stanno barcollando e potrebbero anche cadere. È già successo, nel 1974, in Grecia, dove un referendum optò per la repubblica; potrebbe succedere ora in Belgio, in Spagna e in Scozia (tutti regni). E dove non ci sono problemi, compaiono però, di tanto in tanto, piccoli scandali, imbarazzanti matrimoni, avventure sentimentali più o meno biricchine. Prendiamo il Belgio, che - non lo dimentichiamo - è uno Stato artificiale, inventato a tavolino nel 1830 dalle grandi potenze del tempo, formato da due gruppi di popolazione, fiamminga e vallone, che di tanto in tanto minacciano la secessione, il che farebbe perdere senso a una corona che si era costituita proprio sul progetto di coesistenza e collaborazione tra le sue due metà, e che invece di scongiurare uno smembramento sembra preferirlo. Nulla di grave, neppure in quest'ultima ipotesi, se non fosse che - data la conformazione istituzionale dell'Unione europea - una separazione o una modificazione territoriale impone la presentazione di una domanda di adesione da parte degli eventuali nuovi Stati sovrani (senza sovrano). E non è detto che le procedure di ammissione avrebbero esito positivo, e certamente non immediato.
Ancora più imponente, per le conseguenze che potrebbe avere, il caso spagnolo, che con quello scozzese si radica in forti sentimenti di egoismo economico. Gli scozzesi aspettano che il governo indica il referendum; in Spagna, dove la discussione più che politica è mondana, dietro l'angolo riappare il secessionismo catalano (insieme a quello basco), pronto ad approfittare del declino dell'immagine regale per dare una spallata all'intero sistema istituzionale. Re Juan Carlos rischia di essere l'ultimo re di Spagna perché l'occasione offerta alla società spagnola è ghiotta: se un re si comporta male come il chiacchieratissimo Juan Carlos I negli ultimi anni (dopo che nella difficile fuoriuscita dalla dittatura di Franco si era mosso con correttezza e spirito democratico), l'intera istituzione che egli rappresenta diventa oggetto di ironia e di scherno.
Ne sa qualche cosa anche la regina della monarchia più solida della storia, Elisabetta II d'Inghilterra, che sta per superare il record della regina Vittoria, essendo entrata nel suo sessantatreesimo anno di regno(!), e che di scandali mondani (quante "avventure" in famiglia: tutti i suoi parenti, a incominciare dalla sorella Margaret, che fu la pietra dello scandalo a Corte, vi ci sono buttati), ne ha visti, e subiti, a bizzeffe, senza averne mai causati ella stessa!
La decisione di Juan Carlos I di porre fine alle critiche e ai pettegolezzi sulla sua persona che circolano da anni - a cui sono andati poi ad aggiungersi gli scandali finanziari della figlia Cristina - e di abdicare a favore del figlio Filippo, che diventerà Felipe VI°, è quanto le forze anti-monarchiche aspettavano per dare una spallata definitiva all'unità del Paese. Da tempo la Catalogna proclama il suo buon diritto a lasciare la Spagna per costituirsi in Stato autonomo. L'esito delle ultime elezioni europee mostrerebbe la frammentazione esistente nel Paese che non saprebbe esprimere una solida e concorde difesa dell'unità: forse il momento migliore per Juan Carlos I di andarsene, e per la Catalogna di proclamare l'indipendenza.
Le monarchie nordiche pochissimo chiacchierate, anche se ogni tanto qualche cronaca mondana ci fa sorridere, mostrano quanto il problema istituzionale sia, in sé, ormai del tutto superato: sovrani che non governano non danno fastidio a nessuno e nello stesso tempo sono liberi da ogni sorta di preoccupazione: re o presidente, dunque, poco cambia. Juan Carlos ha fatto appello alle nuove generazioni affinché innovino lo Stato. Giusto, e a proposito di innovazioni: in realtà, una monarchia assoluta al mondo c'è ancora, è lo Stato della Città del Vaticano; il vento di innovazioni di papa Francesco farà forse cadere anche quest'ultimo tabù.
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